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Le origini 2.0

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Le origini 2.0

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PERCHE' LA VISIONE NON SI RACCONTA
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A67 / Luigi Pingitore
06/07/2009
Corriere della Sera.it
ROMA - Il testo del decreto è stato preparato. Poche righe per impedire che chiunque rifiuti (in caso di malato cosciente) o sospenda (da parte di terzi in caso di coma) somministrazione di acqua e cibo . Il governo intende intervenire così sul caso Englaro, per impedire che a Udine finisca la lunga agonia della donna in coma da 17 anni. Però l'ipotesi di intervenire con decreto ha incontrato Leggi ancora...
posted by Luigi Pingitore @ 15:31  

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LAS MENINAS 0065 - VIDEOCLIP 'A67
24/06/2009

Il videoclip che ho diretto per gli 'A67 canzone "Io non mi sento italiano"

(2009, regia: Luigi Pingitore - Prod: Mediadigitali)

 

 

 

 

posted by Luigi Pingitore @ 09:41  

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categoria : musica, giorgio gaber, videoclip, io non mi sento italiano, a67 , las meninas 0065, regia luigi pingitore
LAS MENINAS #0064 - IRAN E ITALIA
20/06/2009

Non si creda che ci siano molte differenze tra quello che sta accadendo in Iran e quello che sta accadendo nel nostro paese. In entrambi i casi, infatti, possiamo ammirare il potere all'opera nell'atto di dare il peggio di sé. In entrambe le nazione una monocrazia autoritaria, salita al potere grazie all'utilizzo di litanie sempre convincenti per le masse - la paura dell'altro, la crisi dei valori - si sta consolidando mentre si disfa. Perpetua una sopravvivenza totalmente anti-darwiniana, fondata su un'assoluta mancanza di dialettica con l'esterno. L'unica differenza è che ciascuna nazione lo fa portando all'estermo quei pregiudizi che l'altra parte di mondo ha costruito nel tempo. E così l'Italia, paese occidentale, sta agonizzando in mezzo a questa finta estate perenne, dove un Trimalcione più colto ma meno sobrio ha raggunto il punto di non ritorno nel rapporto tra massa e potere (per citare Canetti), in un trionfo di sesso spiccio, festini in villa e dosi massicce di viagra. E' l'autocrazia del denaro, che tutto può e a nulla deve rispondere. Così come l'altra autocrazia, quella religiosa - anzi quella fanatica travestita da religione, continua a gisutificare se stessa nell'utopia di una continuità che avvantagia solo i pochi. E' ben visibile come entrambi i paesi vivano uno stato da malattia terminale, dove la mera sopravvivenza del corpo (il corpo del capo per citare l'ultimo libro di Marco Belpoliti) è diventato lo scopo primario dell'organismo. Fosse anche attraverso la dolorosa amputazione di sé, o peggio con il totale autismo come difesa dall'esterno.

Non bisogna biasimare Berlusconi se a questo punto fa le uniche due cose che gli siano rimaste. Continua a credere ai suoi vassalli che gli giurano che la guerra procede spedita e che il morale delle truppe è altissimo. E continua a credere a se stesso e al proprio potere seduttivo. Non esiste altra dialettica, non eistono interlocutori. Il mondo è un posto piccolo, illuminato male. Tanto vale continuare a sniffare il proprio ego, a circondarsi di questo variegato circo che fa tanto cummenda milanese anni 80. E all'immaginario di quegli anni Berlusconi è rimasto. Completamente distaccato dalla realtà, la vita per lui ormai è divenuta una di quelle grandi tavolate felliniane, circondate dal vento e dal mare, dove tutti i commensali aspettano felici una sua battuta, una sua parola, un suo cenno della mano. E lui ogni tanto arraffa un boccone, conclude un affare col vicino di sedia, stringe un seno alla quarantenne lampadata che gli si offre generosa. Berlusconi sta pagando caro il prezzo che paga chiunque sacrifichi la propria vita alla costruzione di un immaginaria torre di Babele che lo congiunga alla propria sfrenata ambizione. Perso il contatto con la terra, e impossibilitato a raggiungere davvero la vetta, dacché la vetta non c'è mai, se ne sta sospeso in quello stadio intermedio, aggrappato alla sua scala oscillante, guardando tutto dall'alto e ovviamente sbagliando clamorosamente il calcolo delle proporzioni.

E anche in questo nulla di nuovo. Berlusconi si sta avviando su quel crinale che ha chiuso la vita di Nerone, e come l'imperatore romano è probabile che anche lui mediti il suicidio - ma avendo da tempo fatto coincidere il proprio interesse con quello dell'intera nazione, è probabile che intenda sucidiarci tutti assieme.

La sola differenza con l'Iran è che lì il popolo che scende in piazza, manifesta contro i brogli che hanno decretato probabilmente la sconfitta di Moussavi, viene ucciso. In Italia, il popolo che assiste a questo infinito vaudeville, sorride e mette una prefernza su una scheda gialla.

posted by Luigi Pingitore @ 20:27  

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categoria : elezioni, berlusconi, guardarsi attorno, las meninas #0064, moussavi, belpoliti, iran e italia, il corpo del capo
LAS MENINAS #0064 - FIERA DEL LIBRO TORINO
21/05/2009
Non frequento con regolarità questo blog-diario-block notes da tempo. Molte cose da fare, molto da scrivere, ma ho voglia di ritornare a scrivere. Riparto da queste brevi considerazioni post-Torino (fiera del libro) Note 01 (riassunto generico) Un auto allungata e circolare, alle 7 sveglia ma prima delle 11 30 non ci si muove. Nel mezzo un girare a vuoto e due caffé e tre valigie e quattro amici. Il viaggio per Torino assume lentamente i contorni di una passaggiata nello spazio in uno dei quadri finali di Space invaders, le altre auto e i camion vengono scambiati da M per oggetti non identificati che al massimo, mal che vada, si frantumeranno in tanti sprite contro il nostro vetro. Il cielo è pesante e afoso. Siamo stanchi prima di cominciare, lo stand è lungo un corridoio tappezzato di pareti nere e con la scritta INCUBATORE minacciosa che grava dall'alta. A ritmi regolari arrivano sciami di 'altri', ogni tanto mi allontano per perdermi nel budello della fiera e incrocio in ordine sparso: Francesco Guccini più o meno ubriaco, Andrea Pinketts più o meno ubriaco, Valdimiro Cresi che non so chi sia ma so che è più o meno ubriaco. Alle 11 di domenica mattina c'è la presentazione de i Superdotati, in sala siamo io, Maurizio, Riccardo, Michele, Alessio, Francesco e Vanni, capitanati da Gian Paolo Serino che compare alla fine del corridoio col passo certo di chi sa dove sta andando, ma allo stesso tempo titubante e forse annoiato. La presentazione fila liscia, la sala è piena, gli editori (due frateli più C) si muovono sul fondo soddisfatti e rotondi, c'è anche la parentisi inutile di un politicante. Compro 4 libri, qualcuno me lo regalano, ogni tanto girovago dal Duka all'agenzia x o da quelli di hacca o passeggio per Purple Press e l'ancora del mediterraneo. Ogni tanto ingollo una birra e un camogli, tutto ad una cifra spropositata, poi una trentina di caffé in tre giorni, ognuno peggiore del precedente, la sera siamo così stanchi che il letto diventa una zattera su cui naufragare - peccato che nella mia isola ci siano due tipacci difficili da gestire ( C & C ). Conosciuto l'editore di Piemme - persona gentilissima, stretto un paio di accordi, parlato anche con uno sceneggiatore, progetto per ora congelato, parlato di poesia anche, un'intervista a radio24 domenica alle 13 45, l'effetto di sentirsi parlare - di fronte a me un tipo che dieci anni fa o forse venticinque sono sicuro che fosse in tv a fare programmi per bambini. Incontrato 7 giornalisti, tutti eccezionalmente bravi. Un paio di pezzi grossi - tutti incredibilmente montati e senza senso. Ascoltato 6 presentazioni, stretto mani, ricevuto sguardi, concesso parole, attraversato corridoi, raccolto libri, intascato bigliettini, regalato fantasmi. Poi...
posted by Luigi Pingitore @ 21:24  

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categoria : fiera del libro torino, las meninas #0064
B-SIDE #0028 - NR - OFFICINA
10/03/2009
Ricominciare, dunque
Da alcuni mesi la mente è sprofondata nella costruzione di due oggetti narrativi decisamente impegnativi. Un racconto "i movimenti minimi" terminato e consegnato all'editore. E un romanzo, in fase di elaborazione, difficile, caleidoscopico, tenebroso (nel senso di cuore di tenebra).
Due viaggi, forse tre, una sosta a Parigi, interminabili camminate nei dintorni del Marais, la lettura di Underworld di De Lillo (medicore), ascoltare musiche differenti (Franz Ferdinand e Khaled soprattutto), la difficile traiettoria dello sguardo costantemente sospeso tra gelo e calore, tra partecipazione affettiva ed emotiva agli oggetti (del mondo) e un reale senso si s-finimento del mondo stesso.
Ritirarsi dunque, terminare, sospendere, svanire.

Ieri cancellato 52 pagine del NR (nuovo romanzo). Cos'è che non soddisfa? La cifra dello stile, sicuramente. Il sentire con troppa poco forza di appartenere a quelle parole,  e dunque al mondo che sta dietro a quelle parole.

C'è stato un tempo di frenesie e di impacci, ma anche di violenza onirica fortissima e di una capacità di farsi corpo delle parole molto più densa. Il rapporto tra noi e il mondo è inversamente proporzionale. Quanto più ci siamo dentro, dentro alle cose del mondo, al contatto con gli oggetti i corpi le voci gli altri, tanto più è difficile resistere come io che continua  asognare e costruire.

Occorre Pazienza.
Aveva ragione Rimbaud. pazienza.

Voglio che la drammatica estate mi leghi al suo carro di fortuna: voglio morire - ah, meno nullo e meno solo - ad opera tua, o Natura; mentre i pastori (è buffa),muoiono press'a poco ad opera del mondo.

    Voglio che le stagioni mi consumino. A te, Natura, m'arrendo, e la mia fame e tutta la mia sete: e ti piaccia nutrirmi, abbeverarmi. Più nulla ormai m'illude. Ridere al sole è ridere ai padri. Ma io non voglio ridere a nulla. e libera sia questa sventura.

posted by Luigi Pingitore @ 13:51  

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13/01/2009
posted by Luigi Pingitore @ 19:57  

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PREVIEW #0048 - NR / IL CAMMINO
09/01/2009

La cosa più difficile è incarnarsi in un' idea.

Anzi, nell'idea.

Una lunga pausa - quasi due mesi - senza scrivere nulla qui; per ricaricare le parole altrove. Per metà mazo devo consegnare il NR all'editore. Del frattempo l'inverno, il bianco dovunque, piove, incontri, una solitudine rumorosa, appunti, le facce di Dario e Francesca, gli scogli, immergersi nella stesura, pagina 23, i salti, la scaletta, appunti di nuovo, a febbraio Parigi, a dicembre si è chiusa la prima esperienza teatrale, molto positiva. In primavera una seconda.

Trovare uno stle. Picasso diceva "Io non cerco, trovo." E' vero. Buttarsi, senza remore, senza paura. Molte paure. Alcune incognite: M. E. I. F. H. Rimarranno iniziali.

Un'ossessione: show, don't tell, tipica litania del pensiero narrativo americano.

Dev'essere tragico, non drammatico. Come nella tragedia greca, qualcosa che spinge i protagonisti a fare quello che devono fare, senza la superficie di una giustificazione. Senza la logica descrittiva.

E lo stile... Dev'essere sintetico, asciutto. Ma senza perdere di lirismo, e senza abbandonare il furore della paratassi.

 

 

 

posted by Luigi Pingitore @ 10:11  

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PREVIEW #0047 - STUDIO SU ROMEO & GIULIETTA / MATERIALI
06/12/2008
3 MOVIMENTI BIANCHI (BIANCHEZZERIE)
per lo spettacolo "
Romeo & Giulietta"
Regia: Pino Carbone
Regia video: Luigi Pingitore


posted by Luigi Pingitore @ 12:44  

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05/12/2008
una pausa sovraffolata
ma comunque in pausa
posted by Luigi Pingitore @ 12:07  

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PREVIEW #0046 - STUDIO SU ROMEO & GIULIETTA / MATERIALI
04/11/2008
Video preparatorio / materiali per lo spettacolo Romeo & Giulietta che andrà  in scena a dicembre al teatro Nuovo di Napoli. La regia dello spettacolo è di Pino Carbone. In questo video ho cominciato a pedinare alcuni dettagli delle prove.














posted by Luigi Pingitore @ 10:42  

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ISOLA #0015 - I NUOVI STUDENTI, I VECCHI POLIZIOTTI
30/10/2008
Mi basta questo racconto pubblicato ieri da Curzio Maltese su Repubblica. Perché dobbiamo avere uno stato contro, sempre? Perché il reato costituzionale di istigazione al fascismo non viene mai perseguito? Perché la polizia è in gran parte un corpo corrotto che lavora per proteggere pochi contro la cittadinanza?




AVEVA l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.



Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.



Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.







Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?". La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire".



Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?". "Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".



Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".



È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".



Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.



Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.



A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".
posted by Luigi Pingitore @ 12:16  

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categoria : roma, studenti, fascismo, gelmini, corteo, isola #0015
PREVIEW #0045 - ....
24/10/2008
Sei uscita dalla mia vita così rapidamente che adesso fatico a trovare il momento, l'ultimo momento, in cui ci  siamo sentiti vicini eppure pronti a scoppiare, a sentirci lontani e feriti; quand'è che ci siamo pensati come cosa che passa, che è passata e si poteva rinunciare? Continuo  ad ostinarmi su questo dettaglio sapendo quanto è inutile cercare quel punto, il movimento che abbiamo fatto, dove eravamo (eravamo da te), la facilità con cui siamo passati da 100 a 0. Le parole, soprattutto. Ci siamo riempiti la testa di parole, le giornate scorrevano (un mese? due mesi? non ricordo) soffocando nelle parole. Le parole con cui mi avvicinavi e le parole con cui mi mettevi in guardia.

E ora sei la sintesi ti tutto quello che perdo, ogni volta, sempre. Non perché ti amassi, ma proprio perché sentivo che la tua bellezza e la tua grazia erano contro di me, erano un arma puntata contro di me.

E sai qual è la cosa disperante: che è vero, ci si abitua a tutto. Prima o poi ci si abitua a tutto, e anche il dolore finisce per diventare dopo molti istanti e molte altre cose solo una macchia scura che la pelle lavora per riassorbire.
posted by Luigi Pingitore @ 09:50  

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categoria : frammenti, preview #0045
LAS MENINAS #0063 - PASOLINI, FORTINI, IL '68, CRISI DI NARCISISMO
17/10/2008
Lettura per Valerio in memoria di un uomo stupido (forse due)



Nel 1968 Pasolini scrisse una famosa poesia IL PCI AI GIOVANI. In questa lirica 'sciatta' e bruttina, il geniale poeta rimproverava agli studenti del '68 di essere figli di quella borghesia che i fatti del '68 si proponevano di rovesciare. Mentre erano i poliziotti i veri figli del popolo. E quindi erano loro da difendere. Ho sempre trovato questa posizione scandalosa e provocatoria, quindi in-sincera, quindi un po' furba e tesa ad accendere un po' di luce su se stesso; conoscendo Pasolini perfettamente i meccanismi dello show biz oramai - già a quei tempi - del tutto complementari al mondo letterario.

Franco Fortini, scrittore strano spigoloso difficile e non sempre lucido, scrisse una risposta secondo me bellissima. Risposta che incrinò profondamente e definitivamente il rapporto tra i due.

Ma era una polemica vera, in Fortini c'era anche un bisogno, umanissimo, di competere con la dialettica vivacissima di Pasolini.

Che c'entra tutto questo oggi?...















Richiesto dalla redazione romana di "L'Espresso", verso la fine di maggio 1968, di partecipare ad una 'tavola rotonda' a proposito dello scritto di Pasolini che, contro gli studenti, prendeva le parti della polizia, scrissi, direttamente rivolto a Pier Paolo, questa pagina, proponendomi di leggerla in quella occasione. Mi recai a Roma ma non volli prendere parte alla 'tavola rotonda'. Il testo che qui si riporta fu in quella occasione letto da me, privatamente, a Pasolini, come quello che sarebbe stato il mio contributo. Durò a lungo, in un locale della redazione romana, la nostra conversazione. Quegli appunti li pubblicai solo due anni dopo la sua morte, nel 1977.


 


Contro gli studenti


 


Questo articolo della "Pravda" scritto da Amendola e firmato da Pasolini non mi ha stupito. Nel corso degli ultimi dieci anni non mi ero fatte troppe illusioni sulla tua capacità di intendimento politico. Per te la lotta di classe è quasi sempre stata soltanto la lotta dei poveri contro i ricchi e i rapporti fra borghesia e proletariato soltanto un consueto conflitto di razionalità e irrazionalità. Quando il sottosviluppo italiano illudeva ancora, la tua poesia è stata la poesia di quella illusione. Poi quando la realtà ha preso a sfuggirti e tu la inseguivi come un aereo che vuoi spostarsi con la velocità della terra per rimaner sempre nel sole, hai preso a cercare il proletariato, anzi i poveri e la loro bellezza, fuori d'Europa, in Asia e Africa; e anche in America, purché inorganica negativa floreale. Da quando l'oppressione ne ha assunto nuove forme, non hai capito più. Hai ancora diritto all'elegia. Hai perso il diritto al ragionamento, perché non ne hai mai veramente riconosciuto il dovere.


Le immagini di frustrazione, ambizione impotente, snobismi disperati e dissociazioni sessuali che attribuisci agli studenti figli di borghesi, sono miti convenzionali del piccolo-borghese su se stesso. Mentre, presso gli operai, sono anche reali conseguenze dell'oppressione. Ma tu sogni, per operai, degli edili di fresca immigrazione, suppongo.


Come si fa a discutere col tutto e col nulla? In nome della aristocratica libertà di contraddizione, queste pagine disdicono e dicono, parlano di "dualismo fanatico" e di "ambiguità". Chiamano a gran voce degli snob e dei complici in ascolto.


Rimproverare agli studenti di volere riforme sotto veste verbale rivoluzionaria vuol dire non sapere che gli operai, anch'essi, conducono la lotta politica quasi sempre al coperto della forma sindacale (vedi Francia). Consigliare agli studenti di occupare le sedi Pci è avere un'idea mitico-retorica della lotta politica. E sostanzialmente provocatoria. Gli studenti invasori sarebbero cacciati via come "fascisti" da via delle Botteghe Oscure. Attribuire ai dirigenti del movimento studentesco l'idea di voler fare la rivoluzione con gli studenti è altrettanto falso quanto attribuire a Marcuse la paternità di idee che vengono da quarant'anni di cultura e di lotta politica non solo europea.


Sei prigioniero di una definizione meccanica di "borghese" e di "piccolo-borghese". Disprezzi tanto la sociologia: ma è l'altra faccia della sociologia, la faccia psicologica, quella che comanda la tua interpretazione. Il fatalismo ideologico e psicologico fornisce lo schema del comportamento piccolo-borghese degli intellettuali (capitolazione ed estremismo) e impedisce di compiere una reale analisi. Con la sociologia e la psicologia si dimentica che in ogni momento storico dato ci sono delle contraddizioni secondarie e delle contraddizioni principali e che in ogni momento dato le contraddizioni si incarnano in questo o in quello strato sociale. L'errore di credere misticamente nei sottosviluppati non deriva dal rifiuto del primato della classe operaia, in astratto; ma dal non capire che i contadini, in una data situazione, possono incarnare, in un paese dato, la massima contraddizione di classe e poi non più; e che non esiste una tipologia statica, sociologica o psicologica, dei contadini, degli operai o degli studenti piccolo-borghesi.


Presente e futuro dei movimenti studenteschi. Tema troppo serio per parlarne qui. Non sono qualificato per farlo. Nel corso dell'ultimo anno sono intervenuto lo stretto necessario. Qui si deve discutere invece di una carta scritta da uno dei maggiori scrittori del nostro paese. Il mio giudizio è di tristezza e di rifiuto. Le ritrattazioni e le civetterie di cui ami disseminare i tuoi testi e quest'ultimo in particolare sono la prova di un tuo profondo disprezzo per un lettore non-borghese. Tu desideri conquistare, insultandoli, proprio quei giovani borghesi intellettuali, proprio quegli scaldasedie di sedie ermetiche, proprio quei giovani che dopo il 1962, a Roma, ti leggevano su "Vie Nuove" come un 'teorico' del nuovo comunismo. Perché solo costoro sono capaci di apprezzare la recitazione, i mea culpa, lo strazio eccetera.


Dovesse esserci la guerra civile, è improbabile che i giovani ti vogliano al loro fianco. A partire da queste posizioni puoi fare solo l'Evtusenko italiano, il bardo di Kosygin.


Sei confortato dal Pci e dai preti, sei ormai nella ormai certa Grosse Koalition, nella Santa Alleanza nazionale e internazionale. E sai perché? Perché hai peccato di presunzione. Hai creduto di poter cavalcare una dopo l'altra tutte le tigri del potere comunicativo. Non ti bastava essere D'Annunzio, hai voluto essere anche Malaparte. Con l'impeto della tua genialità si possono fare molte e bellissime cose. Ma non si può fare quella sola che permette di uscire dall'estetismo verso la storia e la politica: la rinuncia reale, non verbale, al monologo e ai piaceri del narcisismo.


Confermi la tua vocazione profonda a fare il fiduciario lirico di quello che tu chiami il "povero vecchio togliattiano partito comunista". Ma quel povero vecchio è come gli operai che "poveretti" studiano il russo la sera; non esiste. È il Pci della tua giovinezza. Te lo lasciano sognare gli attuali agenti ideologici del revisionismo, coloro che hanno contribuito, con coerenza e capacità, a fare della politica coesistenziale la più tragica realtà dei nostri anni e contro cui si iscrive la rivolta internazionale e quella politica (da Cuba a Pechino, da Hanoi a Parigi, da Berlino alla Bolivia): l'unica realtà rivoluzionaria dei nostri anni. Chiedere oggi di credere al comunismo sovietico di Kosygin perché c'è stato il 1917 equivale a chiedere ai garibaldini romani del 1849 di non sparare sui francesi perché la loro bandiera è quella di Valmy.


Il Pci non è un povero vecchio: è un grande partito, con otto o nove milioni di voti, una straordinaria tradizione, una larga partecipazione al potere, una eminente e non sostituita funzione nazionale e internazionale, una politica, ossia una visione organica di quel che si può e, secondo esso, si deve volere. Chi si mette contro una parte di quella politica, deve negare con ogni energia che questo equivalga a mettersi contro il Comunismo. Il Comunismo è ben più grande dei partiti che comunisti si chiamano.


[1968]


 


La politica coesistenziale. Il vero e il falso


Con quella mia frase sulla tragedia della politica coesistenziale pronunciavo, allora, una frase "estremistica" che però, pochi anni più tardi, con le vicende del terrorismo e del consociativismo sarebbe diventata, purtroppo, vera. E il nostro presente l'ha confermata, con il disfacimento della sinistra.


Quando lessi queste note a Pier Paolo, seduto davanti a me in una piccola stanza della redazione di "L'Espresso", non potevo sapere che lo vedevo per l'ultima volta. Ero davvero esasperato dal suo atteggiamento; ben più che per il testo a favore dei poliziotti, quel che trovavo insopportabile era di accettare lo sfruttamento pubblicitario, e la inevitabile trasformazione in volgare propaganda, di quel suo scritto. Erano gli ultimi giorni del mese di maggio o i primi di giugno. Dissi ai giornalisti di "L'Espresso" che mi rifiutavo di partecipare alla 'tavola rotonda' per non dover sedere accanto a un personaggio del Pci che mi aveva insolentito un anno prima.


Mentre parlavo con Pasolini, a Parigi, la polizia uccideva uno studente. A sera, a Milano, c'era una lunga battaglia di manifestanti intorno al "Corriere della Sera". Il mattino successivo (un sabato) ne parlai al telefono con Pier Paolo. Lo persuasi a non insistere con "L'Espresso" che premeva per registrare un suo intervento. Me lo promise. Partì per Milano. Quel medesimo pomeriggio, la redazione lo recuperava, lo registrava, raffazzonava il "pezzo" e pubblicava. Quando poi, qualche giorno dopo, con la tipica cecità giornalistica di ostinato sfruttamento della occasione, quella redazione chiese ad alcuni, e a me, un giudizio sul povero 'scandalo' dell'elogio dei poliziotti figli di poveri picchiati dagli studenti piccolo-borghesi, capii che bisognava rompere. Pasolini aveva mentito solo per gusto di esibizione. Dovevo ingiuriarlo.          
posted by Luigi Pingitore @ 19:57  

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categoria : pasolini, fortini, il 68, las meninas #0063, crisi di narcisismo
ISOLA #0014 - NAPOLI SUL NEW YORK TIMES - WHAT'S GOIN' ON?
15/10/2008
Se anche il New York Times prova a capirci qualcosa di Napoli e di quello che sta accadendo oggi in città, tra luoghi comuni e un non comune senso dei luoghi (storici e culturali) . Per arrivare a quale conclusione? Che se la cultura è solo la pezza al culo che il potere mette alla città, dopo averla fottuta...




NAPLES, Italy — The posters on Claudio Velardi’s office walls mix alluring Neapolitan sites with phrases like “Monnezza a chi?” (Who are you calling trash?) Mr. Velardi, a public relations whiz recruited from Rome, runs the regional tourism office here. His advertising campaign to counter images that have plagued Naples since last year — the endless news photographs of rotting garbage in the streets — clearly hasn’t done much, not yet, anyway, to turn around the city’s fortunes. Tourists still stay away in droves, notwithstanding that for months the center of town has been immaculate.



Culture was supposed to be Naples’s salvation, as so often is the hope in former industrial centers. The steelworks that drove much of the local economy had mostly closed by the end of the 1970s. The earthquake in 1980 compounded the misery. Then things looked up, for a while.


“We had a dream,” said Nicola Spinoza, who is in charge of Naples’s state museums. He shook his head, remembering the promise squandered by the time Antonio Bassolino, an ex-Communist who became mayor in 1993, had left office and moved on to be governor of the region. continua sul sito del New York Times
posted by Luigi Pingitore @ 23:20  

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categoria : cultura, polemiche, napoli, new york times, isola #0014
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